Povo 2008 sei giorni dopo

Di solito si fa the day after, ma in questo caso valeva la pena far sedimentare emozioni, appunti, umori. Povo 2008, il campionato italiano staffetta di corsa in montagna, deve la sua riuscita a molte persone, sulle quali qui richiamiamo l’attenzione e che vogliamo ringraziare. Non dimenticando, però, di sfruttare quest’occasione-un campionato italiano in casa-per riflettere sulle luci e sulle ombre della manifestazione.

Prima gli onori, una volta tanto. Povo deve la sua riuscita alle decine  e decine di persone che si sono occupate- per mesi- della definizione e sistemazione del percorso, della gestione dei contatti con la circoscrizione, le altre istituzioni e l’associazionismo, dello sviluppo della parte didattica e promozionale, della visibilità mediatica, e di mille altri aspetti più strettamente logistici che pressano chi si avventura in prima persona a organizzare un campionato italiano.

Per la cronaca, chi ha sostenuto gran parte dello sforzo organizzativo il lunedì era a casa con febbre e senza voce. Ora per fortuna sta recuperando perché il suo apporto è essenziale.

La circoscrizione di Povo ha offerto un appoggio insostituibile, dal primo all’ultimo giorno, le associazioni coinvolte hanno aderito con entusiasmo e concretezza. Tutt’altro che scontata l’adesione delle scuole materne ed elementari, coinvolte in tempi tardivi se considerati nella prospettiva della programmazione didattica: maestre e bambini hanno dimostrato di volerci essere, e lo hanno fatto.

E’ gratificante vedere che chi è stato presente negli anni, anche agli Europei nel 2003, e ha accumulato e capitalizzato le esperienze passate, a Povo 2008 c’era, con lo stesso entusiasmo.

Altrettanto gratificante è vedere all’opera invece chi è entrato in società da poco, e da poco ha pure conosciuto lo sport, ma si è impegnato in prima linea per la riuscita della manifestazione.

L’ultima settimana è difficile per tutti, il lavoro è tanto, la tensione alle stelle, le persone coinvolte, pur accomunate dalla passione dell’atletica, hanno spesso formazione, esperienze passate e idee diverse, il rischio è quello di far detonare equilibri in tempi normali invece piuttosto stabili. Ma il gruppo ha retto, e a fine giornata, il 25, la sensazione diffusa era di unità e voglia di continuare.

Il rischio era anche quello dello scontro generazionale: tra chi ha esperienza decennale sul piano organizzativo e chi invece è entrato ora, è senza esperienza ma giovane e dinamico. Vi è stata invece umiltà da entrambe le parti, i primi si sono appoggiati ai secondi accogliendone idee e proposte, seppure-com’è giusto- con un approccio costruttivamente critico, i secondi hanno riconosciuto l’esperienza dei primi.

Un punto essenziale, quest’ultimo, in vista di un più o meno remoto ricambio generazionale.

Infine due parole sul percorso. Quest’articolo non si vuole certamente concepire in risposta a quello uscito dalla penna di Germanetto sul sito www.corsainmontagna.it, anche se inevitabilmente finisce per esserlo, dato che la relazione dell’allenatore di De Gasperi ha dato voce a un’opinione espressa anche da alcuni atleti, e come tale uscita sulla stampa locale.

I punti contestati, due: una discesa difficile, a scendere dal Celva, e un anello finale (il Dosso di Sant’Agata)  che ha allungato il percorso maschile rispetto agli standards.

E’ a titolo puramente personale che mi preme mettere in rilievo come non sia facile contempererae le spesso diverse esigenze dell’atleta con quelle dell’organizzatore. Da atleta sono sempre stata la prima a contestare- anche con una certa veemenza- discese troppo ripide o a mio modo di vedere pericolose. Come altri, consideravo assolutamente accessorie le esigenze organizzative. Ho sempre amato invece allungamenti e occasioni varie di appesantimento della gara, che fatico a riconoscere come compromettenti per la preparazione dell’atleta, soprattutto per il corridore in montagna, che spesso supera i contestati 40′ di gara, in condizioni e su terreni difficili, con frequenti cambi di pendenza.

Come (neo)organizzatore riconosco che gli atleti hanno talora una proiezione ipertrofica della propria prestazione; riconosco però anche che gli organizzatori spesso dimenticano troppo presto di essere stati atleti.

Detto questo, la salita alla cima del Celva e l’inclusione del colle di Sant’Agata nel percorso sono stati una risposta all’esigenza di valorizzare il territorio e la comunità che ci vive, impegnata in anni recenti a rendere praticabili sentieri abbandonati o inesistenti, e a valorizzare il patrimonio storico che lì è una realtà concreta e quasi pulsante: i forti austrungarici, che ci parlano ancora di terre e di guerre di confine, un tema quanto mai attuale per tutti, qui in Trentino sempre caldo. Per i poeri una questione di identità, anche etnica, una questione nazionale: tra l’impero austrungarico e la neonata Italia. La montagna per i trentini è confine, a volte sofferto. Renderlo teatro di imprese atletiche equivale a valorizzarne l’intensità simbolica:farvi passare gli atleti è stato un modo per avvicinare i “poeri” alla fatica degli atleti e alla corsa in montagna, un modo per promuovere lo sport di montagna.

Certo, ce ne sono molti altri. Non vediamo l’ora di metterci al lavoro per metterli in atto.

Un pensiero riguardo “Povo 2008 sei giorni dopo

  • 1 Giugno 2008 in 10:43 am
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    Ciao Elena. Da “cultore” convinto del confronto aperto e costruttivo, sono contento che tu mi abbia, indirettamente e comunque ottimamente, risposto. Nel mio pezzo ho cercato di sottolineare tutti gli aspetti positivi della vostra organizzazione – tanti davvero -, ma mi sembrava corretto anche dare voce, con tutto il rispetto possibile, anche alle impressioni di molti atleti importanti che, tecnicamente parlando, avevano avanzato qualche dubbio su alcuni trattti del percorso. E’ vero che tutti sono abituati a correre per ben più di 40′, ma è anche altrettanto vero che specie per una staffetta 30′ circa possono essere sufficienti, specie se spesi su percorso impegnativo come quello di Povo. Anche perchè spesso la staffetta finisce per essere un modo soft per portare alla corsa in montagna atleti provenienti da altri settori del mezzofondo. Hai detto bene, difficile mettere d’accordo le esigenze degli atleti con quelle degli organizzatori: diciamo che questa volta io mi sono posto più dalla parte dei primi, tu più da quella dei secondi. Facile che la prossima volta possiamo trovarci a ruoli invertiti. Ma forse anche questo è il bello della corsa in montagna.
    Paolo

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